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Videocracy

videocracyIeri sera sono stato al cinema. Proiettavano Videocracy, il documentario di Erik Gandini sulla rivoluzione culturale scatenata dalle televisioni private di Berlusconi. Come sempre accade per tutte le produzioni visive che toccano certi temi chiave del nostro paese, Videocracy si preannuncia come un’esperienza scioccante. Mi chiedo per quanto tempo ancora continueremo a crogiolarci nel mezzo di tutta questa merda. Il lavoro di Gandini mi ha profondamente deluso per un motivo ben preciso: il contenuto è del tutto inadatto al presente contesto sociale. Il documentario è a tutti gli effetti una fine e lucida analisi della situazione, ma è costruito con una profondità tale da abbattere ogni spiraglio di luce. Quanto reputiamo indegno scoprire che Lele Mora è un fascista? Lunghi primi piani del suo sorriso bianco in una stanza bianca. Fabrizio Corona che si liscia l’uccellone. Corpi di ragazzine. Inizio a credere che tutti coloro che non gradiscono aderire ai modelli proposti dalla televisione cerchino contemporaneamete in essa le prove della propria diversità. Quanto ci sentiamo realizzati nel condannare queste immagini di feroce stupidità? Ci sentiamo così lontani da Riccardo e dai suoi sogni di fondere in sé le due persone di Ricky Martin e Van Damme da non capire di essere a nostra volta completamente aderenti ad un altro modello, quello del benpensante indignato. Il nostro contesto sociale ha bisogno di una vera rivoluzione culturale, opposta all’involuzione riassunta nei fotogrammi di Videocracy. L’unico merito di questo documentario è stato il convincermi di non dover cedere all’autocommiserazione. Nella miseria delle sue immagini vedo solo un disequilibrio costruito in lunghi anni di lavaggio del cervello. Credo nella decostruzione, una decostruzione conscia del pericolo rappresentato dal fatto che il totalitarismo sublime di questo regime televisivo conceda l’apparente libertà di scegliere se accondiscendere o meno al regime. Capiamoci, un regime non offre possibilità del genere. Siamo tutti pietosamente accondiscendenti, e la florida persistenza del regime ne è la prova.

Memento mori

mikeConfratelli,

in questo giorno di grande dolore abbiamo veduto tramontare un simbolo. Nelle tenebre  in cui questo sole ci ha lasciati orfani, la nostra gioviale opulenza è scivolata lungo una scarpata di aspri rovi. Cosa rimane della nostra immortalità? Lunghe fila di manovratori di ruota si accalcano lungo il baratro dell’abisso e, strappandosi i capelli, percuotendosi forte il petto, fissano il riverbero del vuoto. Non più giorni felici. Le operose catene di produzione dell’olio cardiaco verranno smantellate. Non più allegria. Quando il corpo di un dio si abbatte vinto sulla terra, le anonime montagne di umili cadaveri si ritraggono, vergognandosi di suscitare il solo dubbio che esse possano emulare l’eroe per simile sconfitta. Lo schermo gutta lacrime di sangue. Memento mori.

I canali televisivi tutti

Ossimoro

brigata-solidarietà-attivaIl tempo in Abruzzo scorre con ritmo freneticamente lento. Una settimana trascorsa nel campo San Biagio fa parte di un tutto, di un intero che affonda le proprie radici nella terra, nell’epicentro del 6 aprile. Le Brigate sono state tra le prime a soccorrere gli abitanti dei paesi di Paganica, Tempera e Camarda, dove la protezione civile abbandonava le tende consigliando frettolosamente ai terremotati di montarle per conto loro. Questi volontari hanno allestito e ricevuto in gestione il campo di San Biagio. Gli Abruzzesi, vedendo arrivare sul posto tutt’altro che le Misericordie e la protezione civile hanno reagito male, almeno in un primo momento. Gli sembrava fin troppo, un terremoto ed i comunisti a cucinare per i loro bambini. I volontari delle Brigate sono stati in grado di guadagnarsi la fiducia ed il rispetto della popolazione, dopo un mese di gestione sono diventati quasi una grande famiglia. Le frazioni terremotate de L’Aquila raccolgono le storie di centinaia di persone, volontari giunti da ogni dove per dare una mano. C’è chi passa una sola volta, c’è chi ha lasciato un pezzo di cuore, c’è chi ha azzardato, c’è chi ha trovato un lavoro. Un biker munito di sidecar mi racconta che durante il G8 era proibita la distribuzione di cioccolata e caffè, considerate pericolose sostanze eccitanti. Il dictat, osservato diligentemente dalle schiere delle Misericordie non ha oltrepassato il confine del campo di San Biagio, dove scorre anche il vino forte. Non si tratta di un campo sperimentale del partito comunista, il coordinatore non ama i politicanti e si oppone con fermezza alla strumentalizzazione della popolazione. Si organizzano assemblee (proibite in un primo periodo), si ospitano i comitati locali, si discute. Non si lavora per ingrassare il voto di clientela, non si mandano le persone allo sbaraglio. Il clima promette bene, sano spirito di solidarietà senza filtri di cattolicissima misericordia. I volontari delle Brigate non sono sottoposti ai rigidi controlli previsti negli altri campi, è facile per tutti scendere a Tempera per dare una mano. Purtroppo nel mese di agosto il campo di San Biagio rischia di tramutarsi in un campeggio, dove i volontari possono piantare la tenda e ricevere tre pasti gratuiti al giorno. L’altra faccia della medaglia, le buone intenzioni espongono a determinati rischi.

Ho assistito ad una riunione degli abitanti del campo, la ricostruzione era il principale tema di discussione. I soldi per la ricostruzione sono stati spesi per avviare i progetti degli alloggi antisismici, grigi casermoni a tre piani costruiti su immense piattaforme antisismiche che avrebbero potuto ospitare palazzi ben più alti. La protezione civile aggira le gare di appalto grazie ai propri poteri straordinari e rovescia in Abruzzo milioni e milioni di euro, senza che gli sfollati possano sfiorarne un centesimo. Si vedono ancora i resti di case sbriciolate dallo sciame sismico che ha colpito il cratere, le macerie rimangono in piena vista minacciando le altre case, proiettando un’ombra di fatale ammonimento: questa non è più la vostra terra. Il governo spende tre milioni di euro al giorno per alloggiare i terremotati negli alberghi situati sulla costa, un triste e macabro elogio della sacralità delle vacanze che purtroppo nasconde il profilo di un progetto ben definito, quello di trasformare L’Aquila in un museo di rovine e miseria, una ferita mai rimarginata tramite cui seviziare il paese. I progetti di riabilitazione delle case di fascia A e B non sono ancora stati avviati, ma non sembra avere importanza perché i primi alloggi arriveranno a settembre. Questi fantomatici alloggi coprono il fabbisogno di appena quattromila posti su un totale di quasi cinquantamila sfollati. Cosa succederà a metà ottobre, quando i campi verranno smantellati? Chi sarà rimasto senza alloggio e senza la possibilità economica di provvedere alla costruzione di una soluzione provvisoria verrà deportato nei territori limitrofi. Berlusconi e Bertolaso ci mostrano una finta ricostruzione, quella fatta di cemento e appalti mafiosi, mentre insabbiano la vera ricostruzione, ovvero la ricostituzione del tessuto sociale. Non si tratta solo di avere un tetto sopra la testa, ci vuole anche un posto di lavoro e una scuola. Gli sfollati parcheggiati nei campi sono vittime di un esperimento di narcotizzazione su vasta scala. Nutriti e curati dalla protezione civile, non hanno più la forza per vincere l’orrore del terremoto e ricominciare a vivere. Quando verranno distribuiti gli alloggi, queste persone, unite dalla disgrazia, si rivolteranno l’una contro l’altra. Il piano è quello di lenire il dolore della ferita senza mai rimarginarla. Dentro ci getteranno i vermi della carne, della rivalità, dell’invidia  e dell’egoismo. Il terremoto ha distrutto i paesi, l’uomo ha provveduto a tutto il resto.

Passeggiamo fra le case polverizzate e mi dici di vivere un ossimoro. E’ così anche per me.

Robespierre

Stallo

cielostellatoUn ultimo giorno di stallo prima della partenza. Torno giusto oggi da un breve periodo trascorso in montagna. Qualche camminata, ricche raccolte di mirtilli, lunghe ore trascorse a fissare il bosco ed il cielo stellato. I faggi esercitano su di me un fascino ancestrale, fitti e nudi allo stesso tempo. Ho svuotato la mente per qualche ora, riuscendo così a buttare giù alcune pagine sulla prima stesura di Circus. Sembra tutto così facile, le scene prendono lentamente forma, giorno dopo giorno.  Non voglio che finisca sigillato in un mio cassetto. Circus conta per adesso otto personaggi, di cui uno dal meraviglioso carattere polimorfico. La trama è banale, ma voglio renderla attuale. Ci penserò su, l’Abruzzo mi porterà consiglio. Lo zaino è gonfio, spero di riuscire a farci entrare il secondo volume degli scritti del Che. Sono pronto a partire, voglio vedere con i miei occhi. L’altra notte mi sono ritrovato a pensare al mio amato paradosso, se così lo vogliamo chiamare, sulla percezione nei confronti delle stelle. Il sole dista circa otto minuti luce dalla terra, questo significa che la luce solare che vediamo in questo preciso momento è stata emessa dalla stella otto minuti fa. Otto minuti di viaggio a trecentomila chilometri al secondo. Mi immagino le stelle lontane milioni di anni luce, fissiamo la luce generata in un passato remoto. Una radiazione fossile. Questo piccolo paradosso mi sconvolge e delizia allo stesso tempo.

Incubatrici per feti

Bagnasco non ha potuto esimersi dal vomitare sentenze sulla questione della pillola abortiva. La decisione di dare il via libera al farmaco negli ospedali è stata da lui definita “una crepa nella nostra civiltà“. Vede prevalere il diritto del più forte, asserisce che ora, grazie alla pillola abortiva, l’aborto diventerà a tutti gli effetti una pratica anticoncezionale.  La Chiesa mi riempie di disgusto, disgusto per questa totale ed offensiva mancanza di tatto. Questa criminalizzazione dell’aborto rappresenta in primo luogo una criminalizzazione della donna, questa figlia d’Eva, questa peccatrice dotata della sconveniente peculiriarità di rimanere incinta se per caso un maschio si ritrova ad inseminarla. Come è possibile dare ascolto alle posizioni ipocrite di una Chiesa che vieta il preservativo e di pari passo si accanisce contro l’aborto? Queste e simili posizioni conducono a pensare che l’aborto non sia altro che un capriccio abusato da donne libertine e smaliziate.

“Ma è anche colpa delle donne, non dovrebbero vestirsi in modo così provocante… e poi, girare per quei quartieri di notte!”

Spesso mi è capitato di sentire questo discorso, pronunciato anche da giovani donne. Siamo al punto di partenza, consideriamo l’aborto come una scappatoia, come una pezza messa a tappare un piccolo inconveniente, uno stupro della domenica, una breve ripassata da parte del branco stanziato sotto casa. Se passa questo ragionamento, si uccide ogni tentativo di affermare la libertà delle donne. L’aborto è un prezzo altissimo da pagare in tutti quei casi in cui la donna non è stata libera di scegliere la propria condizione di madre. E’ giusto che la donna venga criminalizzata per tutto questo?  Essere antiabortisti non significa condannare gli stupri, non significa aiutare le donne.  E poi c’è  la dichiarazione più vergognosa di tutte, considerare l’aborto come omicidio, e vi assicuro che sono fin troppi i siti web antiabortisti che riportano le foto di feti abortiti chirurgicamente. La donna viene resa colpevole del proprio dolore,  proprio mentre le viene rimproverato con sadico fatalismo di non essere stata sufficientemente accorta. La donna vittima di una violenza diventa un caso mediatico, un punto chiave intorno a cui costruire il teatrino del perbenismo cattolico: scegli l’aborto? Eri e rimarrai una puttana.

Ancora non ci accorgiamo che parlare d’aborto limitandosi agli aspetti della pratica in sé ci conduce in un labirinto senza uscita. Potremmo anche discuterne in chave biologica, identificando il preciso momento in cui avviene la prima mitosi embrionale, il preciso attimo in cui nasce la vita. A cosa servirebbe? Scienza e religione farebbero sterili distinzioni fra le gettate di sacro sperma e la prima comparsa del corredo diploide, le donne rimarrebbero solo dei corpi isolati dal contesto. Incubatrici per feti.

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