nyricon raccoglie i miei sogni secondo ordine sparso; difficile riordinarne forma e contenuto, ve lo assicuro. Il ricordo del sogno sbiadisce con il tempo, ma a volte riaffiora, all’improvviso, cause ignote legano la vita cosciente alla regione più profonda dell’inconscio, scambio di stimoli, sensazioni, impressioni, idee. Esistono numerose connessioni, ignote il più delle volte. Il risveglio cancella buona parte del sogno, deve subentrare un io cosciente, un io spettatore che sia in grado di registrare il sogno nella propria memoria, impossibile immaginare che cosa accada nei momenti di buio totale. Con l’aiuto delle note sono in grado di formulare alcune corrispondenze, il processo di recupero e analisi dei sogni richiede molto tempo, gli aggiornamenti della pagina saranno lenti. Sonnolenti. Ogni riferimento a persone o cose realmente esistenti non è affatto casuale.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero uno
Biblioteca di dipartimento, siamo ammassati nel corridoio appena fuori dalla porta, impossibile determinare il numero esatto, qualcuno forse è ancora per le scale, l’ambiente è saturo del rumore di fondo delle voci dei presenti, parole indistinte. Io sto leggendo qualcosa in mezzo al gruppo, nella mia testa si accende qualcosa, è un impulso inarrestabile, le labbra si muovono da sole, mi sembra di mormorare appena e invece prorompo in una bestemmia feroce, una di quelle snelle, classiche, di grande effetto. Tutto intorno, d’improvviso, è calato un silenzio di tomba. Il gruppo inizia a sciamare verso un punto di fuga indefinito, si muove senza andare da nessuna parte, sembra scivolare lungo le pareti come in una marcia ripresa dissolvendo la continuità di alcuni fotogrammi, rimane solo una figura, le spalle premute contro lo stipite lasciano sporgere la testa, il mento abbandonato sul petto con aria affranta, forse risentita; la base della mia nuca formicola d’un presagio di sventura. Una poltrona nera ruota su se stessa, in un luogo imprecisato, si percepisce solo l’ultima frazione della rotazione, Federico è seduto comodamente, si rivolge all’afflitto con tono leggero domandandogli se sia rimasto offeso. Il professore -si l’afflitto è un professore, il silenzio dunque è stato suscitato dalla sua presenza- annuisce mestamente. Breve pausa, mi stringo nelle spalle e continuo a leggere, sono scosso, forse rassegnato, ma compiaciuto di me stesso. Le tempie, pervase da un lieve bruciore, mi svegliano d’improvviso.
nda: recentemente è stata comprata una poltrona nera, non so ancora quando darò il suo esame, Federico pratica con successo l’arte della bestemmia.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero due
Effetto blur, una percezione sfalsata e sfocata dell’ambiente, i riflessi non rispondono come dovrebbero, il corpo si muove lentamente, come in un liquido denso, perdo sempre la gara in cui sto correndo, vengo superato da chiunque, sono cosciente del fatto di essere totalmente inibito e non vedo l’ora di svegliarmi. Oppure, mi sveglio di colpo a causa di un terribile contraccolpo al petto, mi sembra di essere caduto sul letto da un’altezza di almeno un metro.
nda: a quanto pare è un sogno assai ricorrente per molte persone, il risveglio per contraccolpo è abbastanza diffuso.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero tre
Sono sdraiato a letto; improvvisamente sul pavimento della stanza si raccoglie una pozzanghera di acido, cresce a vista d’occhio, si spande velocemente e raggiunge i piedi del letto. L’aria diventa pesante, l’acido intacca il rivestimento lucido delle gambe del letto, corrode il ferro fin dentro l’anima, butterandolo, scarnificandolo. Un leggero sfrigolio, io osservo la scena dall’alto e decido di svegliarmi. Chi usa roba così concentrata al giorno d’oggi?
nda: se ricordo bene dovrebbe essere la parte finale di un recente sogno su una terrazza sperduta in una pineta; gente che gioca al tiro a segno, un orso che si aggira al di là delle ringhiere. In Austria ho visto due orsi allo zoo, ma questo fatto non spiega il tiro a segno.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero quattro
Sto passeggiando a ridosso del muro arancione della casa sugli Appennini. All’orizzonte i pendii dolci delle montagne circondano la valle di faggi. C’è il sole e fa ancora caldo. Mi volto verso la scarpata, a poco più di dieci metri da me d’improvviso si sollevano onde di burrasca, il mare nero spumeggia di bianco, si abbatte sui lati della casa ruggendo. Tutta la valle si è trasformata in un battito di ciglia in un enorme bacino tormentato da una tempesta. Le onde si infrangono ai miei piedi, ogni cosa si agita, un boato sordo si solleva sopra il cielo mentre la schiuma bianca lambisce i muri esterni della casa. Decido repentinamente di svegliarmi.
nda: sugli Appennini toscani ho trascorso lunghe estati. La casa di Rigoso è stata teatro di altri numerosi sogni, tra cui il mio famigerato incontro con un panda e il duello con le spade laser. Il mare in tempesta è affascinante solo quando mi trovo a terra.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero cinque
Mattina dell’esame orale di maturità. Non so perché ma ci sono anche io. La mia scuola è incredibilmente grande, una unica grande stanza dal soffitto vertiginoso e le pareti distanti. Tutto sommato c’è molta luce, siamo in tanti, difficile quantificare il numero. C’è molta tensione nell’aria, sono passate le nove ed ancora nessuno è riuscito a sostenere l’esame. L’aula designata è al momento irraggiungibile, si trova la piano inferiore. Non ci sono scale, l’unico passaggio sembra essere situato alla base di una catasta di sedie ammassate al centro della grande stanza. Quando mi avvicino alla torre di sedie una professoressa sbuca dalla folla di studenti e mi suggerisce di scalare la torre per vedere se alla sua sommità vi sia il passaggio per il piano inferiore. Gli studenti non possono saltare il proprio esame, ed io decido di salire fin sopra la sommità della catasta. La scalata è lunga, c’è silenzio; una volta giunto sulla vetta mi sporgo e osservo il ventre della torre, completamente cavo, alla cui base è situato un buco illuminato. E’ il passaggio per il piano inferiore. Mi sollevo di scatto, il passaggio è impraticabile, scendere sarebbe troppo pericoloso. Balzo in piedi, mi volto verso una pedana e salto. Torno a sentire le voci dei presenti, nel frattempo sono tornato a terra. Mi accorgo d’essere all’esterno della scuola. La professoressa si avvicina e mi chiede notizie dell’aula. Mentre descrivo l’asperità del passaggio sulla sommità della torre di sedie lei sembra capire, annuisce. L’unica soluzione è cercare un’aula libera nell’edificio di ragioneria. Non dovrebbero esserci problemi, suo padre le deve un favore.
nda: che dire, un puro concentrato di frustrazione. Il passaggio verso il piano inferiore ricorda la discesa di Alice nella tana del Bianconiglio, così come alcuni particolari di ‘Silent Hill 2′. Maledetti videogiochi, riescono ancora ad impressionarmi.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero sei
Mi trovo in camera. La dinamica di un certo movimento del corpo è tale da rompere i miei occhiali. Una stanghetta spezzata, le lenti che sgusciano dalla montatura. Ma porco dio.
nda: più che un sogno sembra un estratto di vita quotidiana.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero sette
Una grande casa dalle stanze disordinate, almeno due piani, scale e una terrazza. Un grande parco circonda la costruzione, esco in compagnia e passo una bella serata. Mi ricordo di non aver dato da mangiare al cane. Povera bestia, starà morendo di fame in qualche angolo del parco. Ci sono due cancelli, esco dal primo per rientrare dal secondo. Si spengono tutte le luci, percepisco il cane a quattro passi abbaiare nervosamente. Cerco di agguantarlo per il collare, ma nel buio l’animale mi sfugge più di una volta, prende lo slancio e mi morde alle palle. Dolore lancinante, sembra di soffocare.
nda: il caldo di Pisa gioca brutti scherzi.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero otto
Mi trovo in casa, al piano di sopra, di fronte alle scale. Sto discutendo con due strani personaggi, effimeri, caricaturali, uno magro e slanciato, l’altro basso e tozzo. Dobbiamo trasportare qualcosa giù per le scale, i due indugiano sul primo scalino. Non è affatto sicuro scendere il primo scalino, si rifiutano categoricamente di farlo e per quanto io insista non si riesce a trovare una soluzione. Improvvisamente l’omino basso e tozzo afferra una scala pieghevole e la colloca a cavallo fra i primi tre gradini della scala di casa. Il compare sembra apprezzare la soluzione e si inerpica sui pioli, scavalcando il primo gradino e procedendo così oltre. Lo segue anche l’omino basso e tozzo, mentre io rimango ad assistere inebetito alla scena. Fuori dalla porta giungono dei rumori, e dalle finestrelle vedo tornare il resto della famiglia con i sacchi della spesa. Meglio sbrigarsi. Scendo le scale.
nda: i due strani individui sono legati indissolubilmente nel mio inconscio alle figure di Korov’ev e Behemoth, due personaggi del romanzo ‘Il Maestro e Margherita’, scritto da Michail Bulgakov.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero nove
Centro di Londra, non sta piovendo. Cammino lungo il marciapiede, lo sguardo rivolto chissà dove. All’improvviso, di fronte ad un attraversamento pedonale, una vecchina si accascia a terra con un lamento. I passanti, allertati, le si fanno incontro per soccorrerla; io, istintivamente digito il numero dell’ambulanza sul telefonino. Passano un paio di minuti, in lontananza si percepisce, sempre più forte e penetrante, il suono delle sirene. La vecchina sembra irrigidirsi, si contrae e con uno scatto ferino balza in piedi, animata da una forza di origine sconosciuta. Approfittando della sorpresa generale si getta al volante di una macchina lasciata incustodita; stridono le gomme, la partenza è decisamente rocambolesca. Non può cavarsela così facilmente. Le ho preso il numero di targa, mi precipito verso un’automobile e mi lancio all’inseguimento. Le sono alle costole, non me la lascio sfuggire. Kilometri e kilometri di strada, lasciamo la città per immetterci in una strada secondaria, ho come l’impressione di essere giunto sul mare. E’ calata ormai la notte, l’auto della vecchina si immette nella stradina privata di una vecchia villa. Attendo, parcheggiato a ridosso di un vecchio muro di pietra. Sguscio fuori dalla macchina; ho portato qualcuno con me, forse il mio vecchio, gli dico di fare il giro della casa mentre mi apposto sotto le finestre illuminate del primo piano. Ci dividiamo: sgattaiolo all’ombra di un grande albero, mi rifugio sotto il porticato della villa, la porta a vetri è aperta. Sono già dentro, in cucina; nell’angolo della stanza una rampa di scale sale fino al piano superiore, i gradini scricchiolano appena sotto i miei passi. La luce scaturisce da sotto una porta in fondo al corridoio, mi avvicino silenziosamente. Prendo un respiro profondo, e mi getto dentro la stanza. Una donna, seduta su di un letto antico, sussulta al mio ingresso. Si leva in piedi di scatto e inizia urlare. Le spalle larghe, l’alta statura, la voce profonda, i tratti duri del viso: tutto mi lascia pensare che sia un travestito. Non mi viene lasciato molto tempo per pensare, un uomo in canottiera, tarchiato e nerboruto, sbuca da un angolo buio della stanza per assalirmi. Schivo qualche pugno e mi precipito giù dalle scale, il suo fiato sul collo. Attraverso la cucina e mi getto verso la porta, precipitandomi all’esterno. Sento un cane abbaiare, rischio di cadere lungo il ripido pendio che degrada verso la strada. Sento ancora delle urla alle mie spalle, poi, il vuoto. Mi risveglio con la certezza di essere già stato una volta in quella casa, seduto in giardino a sorseggiare bicchieri di rhum.
nda: questa estate sono stato in vacanza a Londra.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero dieci
Attraverso la sottile membrana che separa il sonno dalla dormiveglia, nella completa oscurità della stanza non sono in grado di ricordare dove mi trovo. Il letto potrebbe appartenere a qualsiasi stanza edificata sulla faccia della terra. Mi guardo attorno, il respiro pesante, ho il terrore di essere rimasto in trappola, chiuso all’interno di una stanza sconosciuta. Mi alzo in piedi, cerco la porta, mi avvedo di qualche oggetto familiare. Ancora non mi riprendo, posso arrivare a toccare la maniglia, a fissare l’orologio. Le tre, forse le quattro. La mente riacquista lucidità, mi ricordo d’essere in casa. Torno a dormire con sottile disappunto.
nda: più che un sogno, un incubo. Un attacco di panico. Mi capita per lo meno una volta all’anno. Il cervello è in bilico, mezzo sveglio, mezzo addormentato.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero undici
Mi sveglio di colpo, attonito. Mi levo a sedere sul letto, puntandomi sulle braccia. Fisso gli occhi di fronte a me… tutto bene. Mi volto, guardandomi alle spalle, ed inorridisco. Una enorme superficie bianca taglia in due l’universo. Non dovrebbe trovarsi qui. Per nulla. La superficie bianca si estende a perdita d’occhio, trascende i confini notturni della stanza gettando un senso di opprimenza sul mio capo. Poso le mani sulla superficie bianca, tento di respingerla con tutte le mie forze. Fredda e ruvida al tocco. Spingo ancora, contraggo le dita, è impossibile rovesciarla. Inizio a chiedermi perché, perché qui? Cosa ha generato questa barriera? Cosa nasconde dietro di sè? Il cervello si stabilizza, le pupille si dilatano nell’oscurità della stanza. Cazzo… è il muro.
nda: incubo del tutto analogo al precedente. A che servono le droghe se puoi permetterti tutto questo, gratis?
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero dodici
Vago per il lungomare di Lerici, poco lontano l’ombra dei pini gioca sull’asfalto della strada. Siamo in molti a camminare, ora lungo il lato della strada, che inizia ad inerpicarsi sulle pendici di un promontorio. Alla mia sinistra si staglia una alta muraglia di cemento chiaro, battuta dai raggi obliqui del sole. Un carabiniere in uniforme percorre la nostra stessa strada. Saliamo, allungando il passo, nel tentativo di lasciarci alle spalle la scomoda compagnia. Entriamo sotto il cono d’ombra del faro, ed il carabiniere scompare dietro la curva della strada. La porta è aperta, iniziamo a salire, divorando le scale circolari che occupano il ventre fresco del faro. Raggiunta la sommità, un piano dalla pianta labirintica, imbocchiamo quasi istintivamente una delle numerose porte di legno presenti. Davanti ai nostri occhi si apre una grande stanza, un rifugio occupato da cataste di viveri ed equipaggiamenti. Ci sentiamo a casa, ed ognuno prende a dedicarsi ad una qualche mansione. Esco dalla stanza attraverso una seconda porta, mi infilo in uno stretto corridoio, serrando tutte le porte che conducono all’esterno. Sembra quasi che dovremmo reggere un assalto. Mi levo in punta di piedi, teso contro il muro per spiare all’interno di una piccola stanza dall’alto di una finestrella.
nda:il clima di mobilitazione universitaria ha determinato il carattere “comune” di questo sogno. Lerici e il faro si collegano ad un precedente sogno, forse ambientato in una diversa città, indicativamente Sarzana, in cui partecipavo ad una riunione di famiglia sulla sommità di una torre. Cercherò di rievocare qualche particolare.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero tredici
Sguscio al di fuori del lungo tunnel dei garage e svolto a destra, salendo lentamente le scale scavate sul pendio su cui è costruita la casa. Un ululato si diffonde nell’aria, riecheggiando fra le cime del bosco di faggi. Decido di accelerare il passo e raggiungere casa. Seduto al tavolo il mio vecchio legge un giornale, mentre fuori il sole sta tramontando oltre le montagne. Sul limitare del bosco si muove una sagoma scura, coperta dall’ombra dei faggi, appena visibile attraverso il vetro spesso della finestra. Gli occhi vitrei del lupo balenano a venti metri da me. Il grosso animale salta fino al terrazzo, scavalcando la ringhiera con un balzo fluido e imponente. Ringhia affamato di fronte al vetro, la porta è chiusa a chiave. Arretro di un passo, scosso dal terrore infuso dagli occhi della bestia, che si aggira pericolosamente nel terrazzo. Mio fratello non è ancora tornato a casa ed io spero con tutte le mie forze che non lo faccia proprio in questo momento. Nell’arco di dieci secondi mio fratello è già davanti al terrazzo, non si accorge della presenza del lupo fino a quando la bestia non si volta ringhiando nella sua direzione. Inizio a bestemmiare, apro in fretta e furia la porta e mi metto ad urlare per attirare il lupo e concedere la fuga a mio fratello. Il piano funziona alla perfezione ed io mi richiudo in casa poco prima che il lupo, spiccato un balzo, mi sia addosso. La bestia, infuriata, sembra crescere di dimensioni e prende ad abbattere dei pesantissimi colpi sul vetro, guadagnandosi a poco a poco una via di entrata, un passaggio fra il vetro ed il muro della casa. Le fauci fameliche della bestia mi minacciano ora dall’alto della finestra. In un angolo è appoggiato il bastone di mio nonno, dalla dura punta di acciaio, lo affero con una mano e affondo un colpo mirato alla gola del lupo. Percepisco il bastone penetrargli la carne in profondità, la bestia si abbandona su se stessa, in preda a spasmi. Ma accade qualcosa di strano, la bestia subisce una veloce metamorfosi ed assume sembianze umanoidi, estraendo così con le proprie mani il bastone dalla gola ferita. Si ritrae fissandomi, armata di uno sguardo carico di amarezza, e muove le labbra. Non riesco a sentire ciò che dice, ed in pochi attimi è già svanita nel bosco. Mi volto, e il mio vecchio sta ancora leggendo il giornale.
nda: la casa di Rigoso diviene ancora una volta teatro dei miei sogni.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero quattordici
C’è una festa nella grande casa di campagna. Sul pavimento in cotto della sala strusciano i piedi di decine e decine di persone. Luci soffuse, un brusio diffuso mi accarezza le orecchie. Attraverso la stanza, fluido, scivolando addosso alle altre persone, devo avere qualcosa in mano, forse un bicchiere. Una voce sale al di sopra di tutte le altre, ed io mi fermo. Seduta di fianco al grande tavolo in legno arpeggia sulle corde della chitarra. Canta mentre tutti la ascoltano in silenzio. Bellissima.
nda: parentesi di sogno felice.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero quindici
Sono bambino. Mi muovo sull’erba, secca e silenziosa, di una radura di montagna. Mia madre e mio fratello hanno trovato l’entrata di un vecchio cunicolo seminterrato, un deposito sotterraneo in cui sono custodite alcune memorie. Mi inoltro nello stretto cunicolo, sento l’odore della terra sopra la mia testa. Un crollo improvviso, la volta cede riversando tutto il peso della terra sulle mie spalle. Non percepisco la fatica. Scrollo via la terra, ed il cunicolo frana ai miei piedi, permettendomi di emergere in una nuova radura circondata da alberi. C’è una grande casa, si dice abbia cinque piani. Un gruppo di persone si muove nel cortile, festante, volti sconosciuti. Sono un bambino biondo che raccoglie la sfida dei propri genitori, avvicinarsi alle finestre di una seconda casa, dalle forme più piccole e spigolose. In equilibrio su di una sola gamba, getto i miei sberleffi in direzione della finestra dietro cui si palesa il volto scarno del vecchio che l’abita. L’uomo afferra un fucile e fa fuoco nella mia direzione, colpendo a pochi metri dalle mie gambe. Salto da un ceppo all’altro, provocandolo. L’uomo si precipita fuori dall’uscio, ed entrambi ci avviciniamo ad una sofisticata impalcatura di legno. Saltello cantilenando da un traliccio all’altro, suscitando nell’uomo una dolce ed imprevista ilarità. Vedo il suo volto felice. Il mio piede attiva il meccanismo di una catapulta. L’uomo comprende ciò che è accaduto, ed il suo piede, legato ad un masso, viene strattonato violentemente dallo scatto della catapulta, che lo scaglia alto nel cielo. L’uomo, nel vertiginoso decollo, osserva il volto del bambino divenuto ormai uomo. Il biondo ride, solleva pollice ed indice a mimare una pistola. Bang! Cambio repentino di scena: tre uomini in abito scuro e bombetta precipitano dall’alto del cielo di Londra. Uno dopo l’altro sprofondano nelle acque scure del Tamigi.
nda: sogno complesso. Evoco nuovamente i paesaggi dell’Appennino, eterni nella mia memoria. Il bambino biondo, divenuto uomo, ha la faccia di un gaglioffo dei film “spaghetti-western”.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero sedici
Un vero e proprio sogno ad occhio aperto. Sono in casa, ed avverto un bruciore radicato nel bulbo oculare sinistro. Mi alzo dal letto e mi dirigo in bagno di fronte allo specchio. Punto lo sguardo e mi accorgo che l’occhio sinistro è afflitto da strabismo. Colto dal terrore prendo a percuotermi la tempia con il palmo della mano. Nulla, inizio a sudare. Mi sveglio di soprassalto, sono le sei di mattina.
nda: devo smetterla di scimmiottare quel professore dall’occhio ballerino.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero diciassette
Un insolito dittico. Sfreccio lungo le sottili forme di un sentiero immerso nel bosco, sulla terra umida e scura non poso piede, dal momento che viaggio in sella ad un vecchio ciclomotore. Di fronte a me, una donna avanza attraverso il bosco con l’agilità del vento, si inerpica lugno una salita, un pendio scosceso lungo cui anche gli alberi faticano a crescere. Io cerco di seguirla e per qualche attimo credo quasi d’aver abbandonato il mezzo; mi sembra di fluttuare a mezz’aria. Ma la forza di gravità è più forte, e la carcassa scoppiettante del due ruote mi trascina ancora verso il basso, là dove la terra si tramuta in fango, costringendomi a scendere di sella per accompagnare il mezzo. La donna procede nella propria salita, mentre io arranco incespicando fino a quando non mi accorgo d’aver le mani libere e, tutto intorno, si stende un manto d’erba verde. Il bosco ha ceduto il passo alle pendici di una dolce montagna, dove numerose persone attendono placidamente sdraiate. Mi adagio sull’erba, un brusio indistinto di voci mi rivela che lo spettacolo sta per cominciare. Un’opera lirica è messa in scena fra i verdi pendii, ma il suo libretto è qualcosa di delirante. Un uomo, un agricoltore ultracattolico dagli occhi infossati e lucidi di follia, vomita sentenze sul tema dell’inferiorità provata della donna ed i danni da essa provocati nella gestione delle sementi. Una cantante dai biondi capelli ricci ascolta senza reagire.
Sono altrove, cammino nel mezzo di un altipiano in compagnia di alcuni miei amici. Siamo ben equipaggiati, grossi zaini coprono le nostre spalle comprimendo la lana grezza dei pesanti vestiti. Fa freddo. La lunga marcia ci conduce alle porte di una grande città asiatica incastonata fra le montagne, non è chiaro il suo nome, ma lì ci troviamo per un motivo ben preciso: scatenare una rivoluzione. Facciamo sosta ai piedi di una imponente gradinata sovrastata da una immensa piazza, siamo confusi e privi d’ogni motivazione: decidiamo perciò di perlustrare la città in cerca di qualcosa. Non passa molto tempo prima che capiti di finire isolati gli uni dagli altri. Io attraverso la grande piazza dove, in un interminabile e macabro carosello, lunghi drappelli di soldati seviziano dei contadini puntando loro alle tempie una pistola stordente dalla ronzante scarica elettrica. Non riesco a sopportare la vista di quella tortura, un mio urlo soffocato tradisce la mia presenza fisica. Fuggo con i miei compagni, abbandonando la città alla volta di una bianca distesa di ghiaccio. Il pack, il sottile strato solido che ci divide dalle acque gelide sottostanti, viene scosso da un fremito, mentre fra la nebbia, pallida ed impenetrabile, riecheggia un cupo lamento. Siamo paralizzati. Ai nostri piedi, offuscata dalla vitrea crosta di ghiaccio, si manifesta una sagoma scura dalle dimensioni pachidermiche, un’ombra ferale proiettata direttamente dagli abissi. Il ghiaccio cede con un boato sotto i nostri piedi, speronato violentemente dal capo lanciforme della creatura mostruosa che ora ci fronteggia, dieci metri sopra le nostre teste. Il terrore ci assale, così come le fredde sferzate di vento che sembrano essere state evocate dal mostro. Siamo nel mezzo di una bufera di neve, le urla si sollevano distorte verso il cielo, vinte da un feroce e cupo ruggito della bestia, che si avventa sul gruppo divorandolo. Le fauci gigantesche, dai denti umani, masticano fino all’ultimo uomo della compagnia prima di serrarsi nuovamente e rigettarsi con un guizzo fulmineo nel ventre nero degli abissi.
nda: c’è decisamente troppa carne al fuoco.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero diciotto
Ho deciso di partire. Cammino con lo zaino in spalla per le strade di una grande città di mare. Cerco le montagne. Lungo un anonimo marciapiede incontro una mia amica con un grosso cane al guinzaglio. Mi saluta e scompare dietro l’angolo. Sta calando la notte, ed io non ho ancora trovato un posto dove dormire. Incontro un altro mio amico, mi offre un passaggio in jeep. Durante la lunga attesa immersa nel traffico cittadino mi confida che di questi tempi in città non vedono di buon occhio i viaggiatori, e sembra quasi che si rifiutino di concedere loro le camere per dormire. Preoccupato, passo lunghi minuti a ipotizzare il prezzo di una stanza. Mi assopisco lentamente sul sedile.
Mi sveglio, forse dopo lunghi mesi, in un’altra stagione. Nella notte mia madre mi ha tagliato barba e capelli. Mi levo in piedi e mi guardo allo specchio. Scuoto il capo senza dir nulla, il drastico taglio è stato necessario per camuffarsi e passare inosservato la frontiera con il Messico. Immobile di fronte allo specchio penso a come farò ad infiltrarmi con questa faccia. Mia madre mi ha lasciato un baffo più lungo dell’altro.
nda: per tutte le volte in cui mi ha svegliato nel cuore della notte.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero diciannove
Un piccolo porto turistico inondato dalla luce del sole. La folla si ammassa sulla banchina dal colore bianco accecante per assistere all’attracco dello yacht. Berlusconi scende dalla passerella con indosso un completo scuro, fa qualche passo fra la folla, si volta ed inizia a correre a perdifiato. Una selva di braccia cerca di strattonarlo, uno strappo gli lacera i pantaloni. Berlusconi si tuffa in mare per seminare gli inseguitori. Quando riemerge dall’acqua, grondante, i suoi capelli subiscono una trasformazione, allungandosi a dismisura, trasformandosi in dreadlock neri. Un primo piano del suo volto, l’acqua che gli scivola sulla fronte, muove le labbra e parla all’aria calda del mattino.
nda: non saprei, sembra quasi una apologia. Non odio lui, ma tutto quello che rappresenta.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero venti
Una terrazza di pietra affacciata sul mare si articola ad una propria estremità in una scala che si precipita tortuosa fra le rocce di una insenatura brulla, dalla luce fredda. Scendo a passo lento, le mani in tasca, due amici mi accompagnano. Il mare è uno specchio dai riflessi scuri, un pesce agita la coda in lontananza. In un breve attimo il livello del mare prende a crescere con lenta costanza, divorando la terra centimetro dopo centimetro. Arretriamo con il terrore negli occhi, e nel lanciarci a perdifiato su per le scale i miei pensieri vagano fino alle montagne più vicine, dove potremo trovare riparo. Il livello del mare cresce senza sosta. Sulla terrazza di pietra una piccola folla si dispera, sembra non esserci alcuna via di scampo. Un latrato di rabbia mi attraversa la testa, sento la gola bruciare mentre mi sporgo dal parapetto e urlo contro il mare, bestemmiando con ferocia. Le braccia quasi si disarticolano, ma io continuo ad urlare, ad infamare i flutti che si arrestano. Il livello del mare cala rapidamente, le onde si contraggono. Un pesce mi fissa negli occhi e mi dice: “ora sono cazzi”. All’orizzonte un’onda di tsunami oscura il sole, avanza tuonando nella nostra direzione. Una tromba d’aria scavalca l’onda e piomba nel centro della terrazza dall’alto del cielo scuro. Chiudo gli occhi. Apro gli occhi. La porta del locale dalle pareti bianche è aperta. Entriamo e depositiamo degli zaini sul pavimento silenzioso. Una musica banale e ballabile ronza in sottofondo per tutta la grande stanza. In lontananza si sente ancora il rombo dell’onda.
nda: quella notte ero particolarmente stanco.
- – - – - – - – - – - – -
sogno numero ventuno
Mi trovo all’interno di un grande salone di cemento, forse un capannone o il piano sotterraneo di un palazzo. La tensione ci spezza i nervi, fino a quando, dai battenti di un pesante portone di ferro, non entra un’orda di indemoniati febbricitanti, degli zombie ancora umani che sciamano per la stanza con un grande frastuono. Ci sibilano intorno, senza toccarci, ed è assurdo l’impulso che ci spinge ad attaccarli, a percuoterli, a farli a pezzi. Io mi trovo di fronte ad una donna bellissima, mi perseguita con la sua bellezza estasiante, ed io la massacro di pugni. Non oppone resistenza, continua a sorridere. L’orgia di violenza ha termine dopo pochi minuti. Nella fessura racchiusa fra i battenti di ferro spunta un’alba fredda.
nda: è un tema ricorrente, quello dello sfogo violento. L’immaginario dei peggiori splatter movie si ribalta, trasformando gli zombie cannibali in vittime innocenti.

hai mai letto l’interpretazione dei sogni di freud? secondo me ti intripperesti un sacco!
L’idea mi aveva sfiorato la cervice… così facendo, forte di tali strumenti, potrei ascendere al ruolo di entità sub-metafisica.
°.°