La scorsa settimana mi è capitato di gettare un occhio ad un manifesto affisso nelle bacheche della mia facoltà: una borsa di studio indetta dal Collegio Puteano di Pisa. Lo studente diplomato che desidera concorrere per questa borsa di studio deve: essere residente in uno fra una dozzina di comuni piemontesi, immatricolarsi ad un corso dell’università di pisa, essere in modeste condizioni economiche e professare la religione cattolica. Le prime tre condizioni possono avvalersi facilmente di una prova scritta, ma che dire della quarta? Come si può provare la cattolicità? Semplice, con “un certificato della Curia Vescovile o della Parrocchia di residenza che comprovi la condizione di appartenente alla Chiesa cattolica“. Una risata amara, molto sarcasmo, qualche battuta sporca… così ho reagito in un primo momento. Eppure c’era qualcosa di più. Ieri notte ho visto buona parte de La montagna sacra, di Jodorowsky, ed il cervello, sovrasollecitato, ha collegato alcuni tasselli. Il solo fatto che l’esistenza di un documento scritto comprovante l’appartenenza ad una religione sia pensabile stempera notevolmente la condizione stessa di religione, credo o fede. Verosimilmente, è una testimonianza fondata e fondante la contingenza della religione. Premetto di non voler, né dover, dimostrare la non esistenza di Dio poiché, per quanto mi riguarda, è un fatto assodato, radicato, assoluto. Credere in Dio rappresenta una sorta di contratto onorabile tramite il dazio multisfaccettato della ritualità, dell’asservimento, del sacrificio, della prevaricazione, dell’imposizione, della xenofobia, della misericordia, della solidarietà, della passione. I sentimenti umani vengono iscritti ad un grande progetto di affiliazione. Lo sciamanesimo, la cultura geronto-ierarchica, il culto del sangue e delle radici comuni hanno svernato i lunghi millenni della nostra storia e sono giunti fino a noi nelle forme più svariate. Scientology non mi sorprende più della Chiesa cattolica. Medesimi principi. Non biasimo la religione che, in quanto pratica umana, paragono all’atto della nutrizione, della defecazione, del gioco, dello scherno, della recita, dell’aggregazione spontanea. Biasimo la contrattualità della religione, biasimo il fatto che l’uomo non discuta criticamente il valore oggettivo della religione. La religione non mi sorprende, è una pratica umana. Mi sorprenderebbe sapere che i molluschi venerassero un dio spongiforme, o che le rane predicassero la resurrezione dei corpi. Queste cose mi sorprenderebbero veramente. Una boriosa esternazione di potere, di prestigio e di vanagloriosa magnificenza quale è questo bando non riesce a stupirmi. Credere in Dio è una condizione artificiale, è una risposta troppo facile ai problemi del mondo, è una alienazione delle proprie responsabilità, è un parlare del mondo come se fosse nostro. Una sola cosa è certa, se Dio esistesse direbbe che lo fa solo per i soldi.
A bando
Luglio 6, 2009 di blogorio

La fede è una condizione che se non hai non puoi parlarne.
Constatazione altamente riduttiva nei confronti della fede e degli esseri umani. Questa esclusività e cristallizzazione della fede sono espedienti del tutto ridicoli, sofisticati ed autoconclusivi. Non posso concedere un solo millimetro alla religione, solo ed insignificante di fronte a millenni di lavaggio del cervello. Se solo avessi quel certificato… tutto sarebbe più facile!
La fede è una nebbia ideologica.
Come per l’appartenenza ad una compagine politica sei tesserato nella tua parrocchia.
Ma non puoi eleggere democraticamente il capo del partito.
Nebbia ideologica, o “nulla ideologico mafioso”, come scritto da Pasolini circa i potenti della democrazia cristiana. La meta ultima è il ristagno, la vanagloriosa castrazione della coscienza.