l sole è ancora invisibile, incatenato sul dorso di pietre scoscese della montagna. Versano i ripidi pendii come fiumi verso valle, dove la foresta si stende assopita nel fitto del proprio letto di aghi e fronde, sorretto a mezz’aria dai corpi contorti dei tronchi carichi di resina. La terra umida e pesante soffoca sotto i piedi del cacciatore che si avvia lungo il sentiero tracciato alle spalle della solida baracca, giù per le balze, attraverso i rovi radunati in angoli nascosti alla vista. La discesa verso il cuore della foresta inizia ai piedi del piccolo insediamento, dove un pennacchio di fumo bianco si confonde con le ombre asserragliate fra i rami degli alberi. L’alba si annuncia lontana, mentre la fame logora il ventre vuoto dell’uomo, cuoio sulle sue spalle, borchie di bronzo e lacci di pelle stretti in vita. Nel procedere lungo il sentiero l’arco e la faretra ondeggiano appena ad ogni passo, sono i lunghi attimi che precedono l’immersione fra le rocce nude del canalone. Alte pareti di roccia segnano la via verso il ventre freddo e scuro di un passaggio stretto fra i corpi nodosi delle radici, e scendono ancora, salto dopo salto, fino a toccare la superficie opaca di uno stagno. Il torrente serpeggia a venti metri di distanza, rapido e silenzioso, fra lembi di fango rappreso in cui gli stivali affondano fino alla caviglia. Un’ora ancora prima di giungere sui fianchi squadrati di una cascata martellante, sospesa sul bacino torbido di un altro specchio d’acqua mossa. Un fuoco avvampa oltre le cime degli alberi quando l’alba troneggia all’orizzonte, e il sole ha ormai valicato ad oriente le alte spalle della montagna. La discesa è dolce, fra i corpi immobili degli alberi si intravede una radura, tagliata nel mezzo dal corso limpido del torrente. Il cacciatore si ferma là dove gli alberi si affacciano sull’erba umida e folta. Attende.
Attende che le sagome brune di quattro grandi cervi attraversino nella quiete del mattino la placida distesa baciata dal sole. Gli animali migrano lenti lungo l’ansa del torrente, e là immergono il muso per riaversi con lunghe sorsate. La freccia è già incoccata, i muscoli delle braccia scattano nell’atto di tendere il nerbo e mirare taciti alla sagoma del più grande fra gli animali, il maschio dalle larghe corna. Esitazione, apnea, il fischio sibilante che squarcia il silenzio e copre tutta la radura. Uno scatto secco, il collo dell’animale ha un sussulto nel momento stesso in cui la carne viene colpita e offesa. Nella confusione della fuga le tre compagne turbano il torrente fra schizzi d’argento, le spalle rivolte al maschio ferito che si getta cieco verso gli alberi. Per lunghi secondi sbanda a destra e sinistra, la ferita profonda lo ha già rallentato quanto basta perché un secondo colpo gli raggiunga il fianco. Tentenna, si piega in avanti sulle zampe e attende il terzo colpo prima di rovinare a terra stremato. Il cacciatore lo raggiunge quando ha già smesso di respirare, le tre compagne nascoste fra gli alberi non hanno visto nulla. L’uomo si china con fatica ad osservare la preda abbattuta, la schiena gli duole quasi quanto le profonde ferite inflitte all’animale. Due quintali di carne e muscoli, immortalati al centro della radura solitaria. Tre ore di cammino, e una sola forse per i lupi. E adesso come cazzo ce lo porti a casa?
