Da piccolo non mi rendevo bene conto di cosa fossero i GI JOE. Basta un’occhiata fugace alle prime immagini per cogliere immediatamente il tipico spirito propagandistico americano. Una squadra di palestrati che combatte incessantemente contro il terrorismo, una élite di professionisti al servizio dello zio Sam. Apparivano sugli schermi durante la metà degli anni 80′, ed io, bambino negli anni 90′, ho potuto percepire solo l’eco di tutta questa storia. Accendendo la tv al pomeriggio potevo guardare qualsiasi cosa, dall’ape Maya (è una battuta) fino alle Uvette Californiane, e ritenermi più che soddisfatto.
Mi accorgevo però della sostanziale mancanza di qualcosa: un po’ di sana e incondizionata violenza da cartone animato. Kyashan, Devil Man, l’Uomo tigre e i vari robottoni avevano alimentato solo in parte quell’insaziabile gusto per il caos animato e la pesantezza grafica delle scene corali di devastazione. In attesa di scoprire Ken il guerriero avevo bisogno di sollazzarmi alla vista di un prodotto che offrisse del puro conflitto. In un primo momento i GI JOE sembravano rispondere a questa esigenza, ogni puntata era un’orgia di armi laser, mezzi corazzati ed esplosioni. Un bambino non avrebbe potuto desiderare di meglio. C’erano i GI JOE ed i loro nemici di sempre, i COBRA. Il terrorismo dei COBRA era strisciante e pernicioso, eppure ogni loro azione veniva repentinamente sventata dagli eroi di turno. Con colori sgargianti gli USA raccontavano ai giovani la storiella dell’orgoglio americano, della patria e della xeno-minaccia.
Non ho mai sopportato i GI JOE, avevo la netta impressione di vedere qualcosa di completamente falso. Neppure un morto in più di un centinaio di puntate, pura ipocrisia. Permangono i tabù del sangue. Questa non è vera guerra, mi dicevo. Nonostante tutto ogni giorno potevo ancora illudermi di vederli trionfare. Almeno una volta.
Forza COBRA.
