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Assembleah

Per mercoledì 25 novembre è in calendario una assemblea di Ateneo. Il ricordo dell’assemblea generale dell’otto ottobre 2008 si affaccia sulla soglia della memoria. Era iniziato tutto allo stesso modo, l’aula magna del polo Carmignani non avrebbe mai potuto contenere tutti i partecipanti all’assemblea, che si è riversata in piazza, diventando una vera e propria assemblea cittadina. L’Onda pisana si è originata  in quel pomeriggio e tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo acquisito consapevolezza in merito al processo di dissoluzione dell’università e della scuola pubblica. A distanza di un anno abbiamo già dimenticato buona parte di ciò che è accaduto. Ancora una volta i movimenti di protesta sono divisi. Sinistra per… chiama l’assemblea di Ateneo per discutere i dettagli tecnici, mentre la rete degli ex collettivi delegittima il comunicato della lista per dirottare l’incontro verso un’assemblea generale. Magari ci scappa un’occupazione. L’unità del movimento è morta ancora prima di essere messa in discussione. C’è chi passa nottate insonni a dibattere su ogni comma del DDL e chi occupa le facoltà. Noi la crisi non la paghiamo. Temo che l’essenza della rivolta si sia ridotta ad un paio di orbite che gravitano su due piani differenti. L’università non può essere compresa in schemi così riduttivi, o meglio, non è auspicabile che tutte le realtà universitarie possano essere così coinvolte nel processo di autoriforma. Ci sono studenti che non hanno mai messo il naso fuori dalla propria aula, studenti che non deviano mai dalla strada che li porta dalla mensa direttamente alla stazione. Ci sono i ricercatori, chiusi nei propri studi, imprigionati fra le quattro mura scalcinate dei laboratori. Ci sono i precari, in bilico fra lo sfruttamento e la scadenza del contratto. Ci sono gli ordinari, i presidi, i direttori di dipartimento, il rettore e i prorettori, irraggiungibili nelle torri d’avorio di baronati secolari. Infine, ci sono tutti gli italiani, perché l’università è un’istituzione pubblica. La mobilitazione parte dalla base delle realtà universitarie, non c’è dubbio, ma deve riuscire a raggiungere tutta la popolazione. E’ in gioco il futuro delle nuove generazioni.

L’Onda non può rimanere in un bicchiere.

Sviati

misdirection In questi giorni i media sono tornati a parlare dell’emergenza terrorismo. La televisione ed i giornali hanno preso a vomitare annunci assordanti circa i concreti e seri pericoli che il presidente del Consiglio correrebbe in seguito alle gravi minacce di morte giunte da una compagine non ben definita di estremisti. Già, perché la minaccia terroristica, oggi giorno, comprende ben due tipologie ben distinte di sovversivi: i fondamentalisti islamici e i cani sciolti del tipo Brigate rosse. Servizi su servizi, telecamere che ondeggiano al di fuori dei cancelli blindati di palazzo Chigi, dove Berlusconi ha dormito per la prima volta a distanza di tre anni, quando l’influenza lo aveva costretto a letto. Forse la scorta ha temuto un agguato? C’era il serio rischio di un attentato? Forse un banale attacco di diarrea? Mistero. La maggioranza e Maroni fanno rimbalzare la notizia, quest’ultimo precisa che il premier ha ricevuto minacce da gruppi di fondamentalisti islamici. L’Islam fanatista fa sempre più paura. Che dire del primo caso di attentato kamikaze in territorio italiano? Un pazzo fanatico si è presentato di fronte ai cancelli della caserma Santa Barbara di Milano con una valigetta carica di esplosivo artigianale fabbricato nello scantinato di casa. Si è fatto esplodere, ma ci ha rimesso solo le mani, le sue. Subito i giornali hanno gridato orrore, orrore! Dove finiremo? Ecco, arrivano i kamikaze, le bombe! Il primo attacco kamikaze condotto in territorio italiano. Ipotizzo che i media avessero voluto creare il medesimo clima di terrore che regna in quei paesi del Medioriente, quotidianamente insanguinati dallo scoppio delle bombe. Temo che avessero voluto farci credere di aver perduto qualcosa, come se lo scoppio di quella valigetta avesse violato la verginità del nostro paese.  Siamo stati vittime di uno stupro terroristico, non siamo più al sicuro. Questo è il succo del messaggio mediatico. Ed allora mi chiedo se nessuno in quel momento abbia pensato alle bombe, quelle con cui la mafia ha ucciso i giudici Falcone e Borsellino. Eccolo, il terrorismo fatto in casa.

Bilanci

monkeys Fra due ore siederò in Consiglio di Facoltà. All’ordine del giorno l’approvazione del bilancio preventivo per il prossimo anno. Una settimana fa, ricevevo questa risposta in merito alla possibilità di dedicare un punto dell’ordine del giorno alla discussione circa il DDL Gelmini: “Ma no, è solo un DDL”. Parallelamente la professoressa De Francesco, prorettrice alla didattica, ha gentilmente invitato i presidenti dei corsi di laurea ad adeguarsi alle disposizioni della nota ministeriale 160, in cui la Gelmini inasprisce i requisiti riguardanti il numero di docenti necessari per l’attivazione dei corsi. Questo è puro assoggettamento. In via informale, presidi e presidenti minacciano di non approvare il bilancio preventivo se non vedranno corrisposto loro un finanziamento di entità pari ad almeno il 90% di quello ottenuto per l’anno precedente. In cambio, dicono, si presenteranno ben disposti ed aperti al dialogo in materia delle nuove regole di governance universitaria. Questo è puro mercantilismo.

Nel clima utilitaristico in cui versano le componenti del Consiglio di Facoltà tutti gli occhi saranno puntati sulla destinazione finale di ogni singolo centesimo. Tutto il resto resterà immerso in un gelido black-out. A nome del Collettivo, prenderò parola. Dirò che questo silenzio rappresenta il primo passo verso la costruzione di una Università privatizzata, che questa è la messa in vendita del diritto fondamentale allo studio e alla realizzazione delle persone in quanto tali. Vorrei solo che tutte le facce silenziose abbandonassero ogni tipo di ipocrisia e dichiarassero di essere del tutto coscienti e solidali con questo progetto di smantellamento dell’Università pubblica. Credo siano del tutto sordi, incapaci di riconoscere il peso dei loro silenzi.

Deforma

muralNon parlerei affatto di riforma del sistema universitario, a mio parere si tratta di una vera e propria ‘deforma’. Tale è l’impostazione che viene suggerita dall’operato del ministro Gelmini in merito al contenuto del disegno di legge approvato quest’oggi dal governo. Governance, valutazione della qualità, reclutamento e diritto allo studio, sono questi i quattro punti cardine del testo presentato dal ministro. Si vanta persino di aver intrapreso un iter parlamentare, quello del disegno di legge, assai più democratico rispetto all’abusata formula del decreto legge di stampo dittatoriale. Ed io, leggendo la bozza del documento, mi chiedo come si possa accettare un documento che, approvato da una maggioranza parlamentare rappresentativa di un immaginario collettivo appartenente ad un elettorato passivo ed incapace di intendere, prevede entro i tre mesi seguenti alla propria legittimazione di rovesciare completamente il sistema universitario italiano. Rendiamoci conto del fatto che dietro a parole e concetti altisonanti come quello di governance si cela il palese intento di avviare definitivamente il processo di privatizzazione degli Atenei italiani. La legge 133 del 2008 ha creato e strumentalizzato questa condizione di dissesto economico dell’Università con lo scopo di far terra bruciata laddove dovranno galoppare le torme dei cavalieri della privatizzazione totale. Accorpamenti, accentramenti, istituzione di concorsoni, imposizione di sbarramenti, egemonizzazione del rettore, creazione di un consiglio di amministrazione oligarchico consegnato per il 40% in mano ai privati. In mezzo a tutto questo marasma emerge anche l’ipocrita promessa di abolire i contratti a tempo determinato. I nuovi ricercatori, dopo un massimo di sei anni di contratto verrano strutturalizzati come professori associati. E’ vero, il precariato universitario scomparirà, perché scompariranno i precari di quel settore. Sei anni di illusione e poi, nulla più. Il turnover è bloccato al 50% per gli Atenei ‘virtuosi’. Ed i tecnici e gli amministrativi precari, che fine faranno? Questo è il vero inizio della fine: sorgeranno macrostrutture organizzative di carattere ditattico/scientifico che abbatteranno l’impiego di personale. Si direbbe un’ottimizzazione delle risorse, se non fosse per il fatto che questo provvedimento è esclusivamente indirizzato allo smaltimento forzato dei lavoratori precari e alla costruzione di un sistema lavorativo chiuso controllato da un direttore generale plenipotenziario di stampo prettamente manageriale.

Dividi et impera: ad ogni realtà universitaria viene promessa una piccola fetta di torta. C’è lo studente, a cui viene gettato il salvagente delle borse di studio e dei posti alloggio, c’è il precario a cui vengono prospettati sei anni di contratti a tempo determinato in vista di una provvida assunzione, c’è lo strutturato, magari ordinario, che può trattare i propri interessi commerciali all’interno di un consiglio di amministrazione di stampo imprenditoriale. Lunedì prossimo parteciperò per la prima volta al comitato di presidenza della mia facoltà; stanno già correndo ai ripari, si affrettano goffamente lungo la tortuosa via del timido compromesso.

Partirò a febbraio, sei mesi di tesi presso un laboratorio universitario alla periferia di Copenhagen. Devo essere in grado di tornare con la certezza di non morire schiacciato dai sensi di colpa.

Lezione agli studenti

Berluskaiser

berlusconiLa trasmissione Mattino Cinque ha mandato in onda un servizio d’una bassezza tale da suscitare disgusto e paura. I Red Hot Chili Peppers in sottofondo, mentre la telecamera ondeggia per le strade di Milano riprendendo  di nascosto Raimondo Mesiano, il giudice “anti-Fininvest”. Una voce femminile, la stessa che  potrebbe commentare i lunghi servizi-vetrina sul Grande Fratello o le feste di Briatore, scandisce il ritmo macabro di alcuni minuti di filmato in cui le telecamere spiano il magistrato. “Alle sue stravaganze, in realtà, siamo ormai abituati. Passeggia, l’uomo Raimondo Mesiano, per le strade milanesi. Davanti al negozio del suo barbiere di fiducia, attende il turno. E’ impaziente. Non riesce a stare fermo. Avanti e indietro. Si ferma, aspira la sua sigaretta e poi ancora, avanti e indietro.” E ancora “prima di uscire dal nostro campo visivo, ci regala un’altra stranezza. Guardatelo, seduto su una panchina. Camicia, pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese. Di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare.” Il registro è quello d’un filmato di propaganda fascista. Sulla modello offerto delle intercettazioni e degli assalti da parte dei paparazzi, è stato costruito inconsciamente un messaggio neofascista e mafioso. Il giudice avverso al regime è avvertito, è tenuto d’occhio. Il potere mediatico analizza il vestiario e le abitudini di un soggetto scomodo come primo passo verso la schedatura. Il montaggio del servizio è saturo di demenziale ferocia squadrista.

Berlusconi non è più un problema. Una lettera rivoluzionaria, spedita alla redazione de Il Riformista, minaccia l’insorgenza di una lotta armata, come a Cuba, nel caso in cui Berlusconi, Fini e Bossi non presentassero immediatamente le dimissioni. Ingenue assurdità, falsi di bassa lega, eppure sul web la notizia rimbalza dal sito di una testata giornalistica all’altra. Ed anche noi, ormai, ci esprimiamo con questo linguaggio. Siamo divisi in due gruppi, gli adoratori di Berlusconi e tutti coloro che lo vorrebbero veder morto. Siamo due tifoserie. Cosa accadrà quando Silvio ci lascerà, cosa accadrà quando al prossimo convegno di Montecatini al suo cervello non arriverà davvero più ossigeno? Contriti e svuotati, vagheremo nel limbo, in attesa di veder perfezionato ed approvato il nostro regime, saldamente assiso sul trono dell’indifferenza.

Deblog

veneziaSono trascorse quasi tre settimane dall’ultima esternazione mostrata su questo blog. Ammetto di non aver più avvertito la necessità di scrivere. Non mi sento vuoto, questo è da escludere. Credo che la ragione per cui abbia imposto questo freno sia tu. Ho dirottato la mia attenzione e ho momentaneamente sfocato il mondo, non era mai accaduto prima. Non mi hai reso cieco, mi sono adattato a questa nuova atmosfera ed ora respiro. I miei sogni li ho voluti raccontare a te, preservandoli dall’apparire fra le righe di Onyricon. E molto altro ancora, non sono mai sazio. Leggo Boris Vian, vorrei tornare a scrivere per regalarti qualcosa di intangibile. Mi accorgo di tanti minuscoli particolari, il mondo diventa un panorama alieno, ma è sempre lo stesso. Non è cambiato nulla là fuori. Non riesco ancora a scrivere di te, i miei periodi sono così brevi. Non sono confuso, i giorni fluttuano.  Ho bisogno di una solida leggerezza per non portarti a fondo nel rimescolarsi dei déjà-vu, cercherò delle parole più adatte di queste. Ho scritto, ti ho scritto, per non sentirmi addosso l’ombra del mio silenzio.

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