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Deforma

muralNon parlerei affatto di riforma del sistema universitario, a mio parere si tratta di una vera e propria ‘deforma’. Tale è l’impostazione che viene suggerita dall’operato del ministro Gelmini in merito al contenuto del disegno di legge approvato quest’oggi dal governo. Governance, valutazione della qualità, reclutamento e diritto allo studio, sono questi i quattro punti cardine del testo presentato dal ministro. Si vanta persino di aver intrapreso un iter parlamentare, quello del disegno di legge, assai più democratico rispetto all’abusata formula del decreto legge di stampo dittatoriale. Ed io, leggendo la bozza del documento, mi chiedo come si possa accettare un documento che, approvato da una maggioranza parlamentare rappresentativa di un immaginario collettivo appartenente ad un elettorato passivo ed incapace di intendere, prevede entro i tre mesi seguenti alla propria legittimazione di rovesciare completamente il sistema universitario italiano. Rendiamoci conto del fatto che dietro a parole e concetti altisonanti come quello di governance si cela il palese intento di avviare definitivamente il processo di privatizzazione degli Atenei italiani. La legge 133 del 2008 ha creato e strumentalizzato questa condizione di dissesto economico dell’Università con lo scopo di far terra bruciata laddove dovranno galoppare le torme dei cavalieri della privatizzazione totale. Accorpamenti, accentramenti, istituzione di concorsoni, imposizione di sbarramenti, egemonizzazione del rettore, creazione di un consiglio di amministrazione oligarchico consegnato per il 40% in mano ai privati. In mezzo a tutto questo marasma emerge anche l’ipocrita promessa di abolire i contratti a tempo determinato. I nuovi ricercatori, dopo un massimo di sei anni di contratto verrano strutturalizzati come professori associati. E’ vero, il precariato universitario scomparirà, perché scompariranno i precari di quel settore. Sei anni di illusione e poi, nulla più. Il turnover è bloccato al 50% per gli Atenei ‘virtuosi’. Ed i tecnici e gli amministrativi precari, che fine faranno? Questo è il vero inizio della fine: sorgeranno macrostrutture organizzative di carattere ditattico/scientifico che abbatteranno l’impiego di personale. Si direbbe un’ottimizzazione delle risorse, se non fosse per il fatto che questo provvedimento è esclusivamente indirizzato allo smaltimento forzato dei lavoratori precari e alla costruzione di un sistema lavorativo chiuso controllato da un direttore generale plenipotenziario di stampo prettamente manageriale.

Dividi et impera: ad ogni realtà universitaria viene promessa una piccola fetta di torta. C’è lo studente, a cui viene gettato il salvagente delle borse di studio e dei posti alloggio, c’è il precario a cui vengono prospettati sei anni di contratti a tempo determinato in vista di una provvida assunzione, c’è lo strutturato, magari ordinario, che può trattare i propri interessi commerciali all’interno di un consiglio di amministrazione di stampo imprenditoriale. Lunedì prossimo parteciperò per la prima volta al comitato di presidenza della mia facoltà; stanno già correndo ai ripari, si affrettano goffamente lungo la tortuosa via del timido compromesso.

Partirò a febbraio, sei mesi di tesi presso un laboratorio universitario alla periferia di Copenhagen. Devo essere in grado di tornare con la certezza di non morire schiacciato dai sensi di colpa.

Lezione agli studenti

Berluskaiser

berlusconiLa trasmissione Mattino Cinque ha mandato in onda un servizio d’una bassezza tale da suscitare disgusto e paura. I Red Hot Chili Peppers in sottofondo, mentre la telecamera ondeggia per le strade di Milano riprendendo  di nascosto Raimondo Mesiano, il giudice “anti-Fininvest”. Una voce femminile, la stessa che  potrebbe commentare i lunghi servizi-vetrina sul Grande Fratello o le feste di Briatore, scandisce il ritmo macabro di alcuni minuti di filmato in cui le telecamere spiano il magistrato. “Alle sue stravaganze, in realtà, siamo ormai abituati. Passeggia, l’uomo Raimondo Mesiano, per le strade milanesi. Davanti al negozio del suo barbiere di fiducia, attende il turno. E’ impaziente. Non riesce a stare fermo. Avanti e indietro. Si ferma, aspira la sua sigaretta e poi ancora, avanti e indietro.” E ancora “prima di uscire dal nostro campo visivo, ci regala un’altra stranezza. Guardatelo, seduto su una panchina. Camicia, pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese. Di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare.” Il registro è quello d’un filmato di propaganda fascista. Sulla modello offerto delle intercettazioni e degli assalti da parte dei paparazzi, è stato costruito inconsciamente un messaggio neofascista e mafioso. Il giudice avverso al regime è avvertito, è tenuto d’occhio. Il potere mediatico analizza il vestiario e le abitudini di un soggetto scomodo come primo passo verso la schedatura. Il montaggio del servizio è saturo di demenziale ferocia squadrista.

Berlusconi non è più un problema. Una lettera rivoluzionaria, spedita alla redazione de Il Riformista, minaccia l’insorgenza di una lotta armata, come a Cuba, nel caso in cui Berlusconi, Fini e Bossi non presentassero immediatamente le dimissioni. Ingenue assurdità, falsi di bassa lega, eppure sul web la notizia rimbalza dal sito di una testata giornalistica all’altra. Ed anche noi, ormai, ci esprimiamo con questo linguaggio. Siamo divisi in due gruppi, gli adoratori di Berlusconi e tutti coloro che lo vorrebbero veder morto. Siamo due tifoserie. Cosa accadrà quando Silvio ci lascerà, cosa accadrà quando al prossimo convegno di Montecatini al suo cervello non arriverà davvero più ossigeno? Contriti e svuotati, vagheremo nel limbo, in attesa di veder perfezionato ed approvato il nostro regime, saldamente assiso sul trono dell’indifferenza.

Deblog

veneziaSono trascorse quasi tre settimane dall’ultima esternazione mostrata su questo blog. Ammetto di non aver più avvertito la necessità di scrivere. Non mi sento vuoto, questo è da escludere. Credo che la ragione per cui abbia imposto questo freno sia tu. Ho dirottato la mia attenzione e ho momentaneamente sfocato il mondo, non era mai accaduto prima. Non mi hai reso cieco, mi sono adattato a questa nuova atmosfera ed ora respiro. I miei sogni li ho voluti raccontare a te, preservandoli dall’apparire fra le righe di Onyricon. E molto altro ancora, non sono mai sazio. Leggo Boris Vian, vorrei tornare a scrivere per regalarti qualcosa di intangibile. Mi accorgo di tanti minuscoli particolari, il mondo diventa un panorama alieno, ma è sempre lo stesso. Non è cambiato nulla là fuori. Non riesco ancora a scrivere di te, i miei periodi sono così brevi. Non sono confuso, i giorni fluttuano.  Ho bisogno di una solida leggerezza per non portarti a fondo nel rimescolarsi dei déjà-vu, cercherò delle parole più adatte di queste. Ho scritto, ti ho scritto, per non sentirmi addosso l’ombra del mio silenzio.

Impallati

pesce-pallaOggi mi racconti di essere insofferente, hai letto l’editoriale di De Mauro sull’ultimo numero di Internazionale: parla della tossina del pesce palla, in grado di renderci prima afasici e poi completamente paralizzati, incapaci di agire. Dove siamo finiti? Perché lanciamo invettive da dietro le nostre scrivanie, invece d’essere incatenati davanti a Palazzo Chigi? Oggi partecipo ad una riunione in Facoltà e mi ritrovo costretto ad alzarmi in piedi per rispettare un minuto di silenzio in occasione del lutto nazionale. La cosa non mi piace, mi lascia l’amaro in bocca, e nel pomeriggio con un mio amico parlo di come per gli operai morti sul lavoro non ci sia più indignazione, non ci sia più alcun desiderio di riscatto sociale. Ora vedo le foto dei funerali, in cui la maggior parte degli scatti ritrae volti rigati dalle lacrime. Gli obiettivi indugiano su Berlusconi e sui bambini. Questo è il sito de La Repubblica. Io mi chiedo come possano queste persone aver organizzato una manifestazione in difesa del diritto all’informazione. La nostra incapacità di reagire ci spinge ad ammettere la nostra imperfezione, e la depressione che ne scaturisce ci affoga, ci stordisce. Siamo rassegnati. Siamo ancora dietro alle nostre scrivanie, ma durante il giorno, durante ogni secondo, siamo circondati dai nostri simili. Nel loro e nel nostro rispetto, dobbiamo ripudiare ogni formula di repressione e reagire abituando le nostre labbra a pronunciare la verità, a dire che i parà non sono eroi morti per la pace, a dire che i morti sul lavoro sono assassinati  per la seconda volta dall’indifferenza generale, a dire che la scuola e l’università vengono vendute al libero mercato liberticida, a dire che il mondo deve decrescere, a dire che il sud del mondo non è il nostro cortile, a dire che il mondo appartiene a chi non lo possiede. Siamo ancora impallati. Non ci muoviamo. E’ snervante, ma dobbiamo continuare a respirare, a miscelare parole nell’aria. Il nostro silenzio, sposato con la stasi, ci uccide da dentro.

Flu

flu

I mezzi di comunicazione rimbalzano allarmanti notizie con velocità pari al rapido tasso di diffusione del nuovo ceppo di virus influenzale. H1N1, virus neo-ibrido generato da un recente riassortimento, diventerà il nuovo flagello dei paesi industrializzati. Il virus influenzale è in grado di manifestarsi anche tramite una forma molto grave di infezione diretta ai polmoni con frequenza assai più probabile rispetto ai comuni ceppi influenza. La Francia ha acquistato ingenti dosi di vaccino e ha approntato una serie di provvedimenti di urgenza straordinari. Nei paesi dell’emisfero nord le epidemie influenzali causano ingenti danni economici dovuti all’interruzione dei servizi pubblici e privati, nel momento in cui la popolazione si chiude in casa per paura di subire il contagio. Tutto si blocca, scuole, uffici, luoghi di ricreazione. Non mancano i casi di lucro da parte delle aziende, basti pensare alla produzione massiccia di vaccini da parte delle case farmaceutiche, lo smercio massivo di mascherine e antivirali quali il Tamiflu ed il Relenza, ed addirittura la vendita per corrispondenza di maniglie “anticontagio”, in grado di poter essere aperte con il solo utilizzo dell’avambraccio.

L’osservatorio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha monitorato l’andamento dell’infezione virale nell’emisfero australe, dove le stagioni invernali sono alternate a quelle calde dell’emisfero boreale. I modelli di diffusione e quelli di previsione fanno scongiurare il peggio. E allora ci domandiamo se questo allarmismo possa essere motivato. Ci domandiamo se non abbiamo forse a che fare con una epidemia di paura. HIV e malaria continuano a falcidiare le popolazioni africane, non sono forse queste delle vere e proprie epidemie? Dov’è tutta la nostra indignazione? Cosa abbiamo fatto per combattere la diffusione di un’epidemia così grave, cosa abbiamo fatto di concreto per debellare l’HIV? Può essere che lo scorrere del tempo l’abbia assimilata come elemento di tipico folklore africano.

Non mi sottoporrò a vaccinazione, questo è certo.

Videocracy

videocracyIeri sera sono stato al cinema. Proiettavano Videocracy, il documentario di Erik Gandini sulla rivoluzione culturale scatenata dalle televisioni private di Berlusconi. Come sempre accade per tutte le produzioni visive che toccano certi temi chiave del nostro paese, Videocracy si preannuncia come un’esperienza scioccante. Mi chiedo per quanto tempo ancora continueremo a crogiolarci nel mezzo di tutta questa merda. Il lavoro di Gandini mi ha profondamente deluso per un motivo ben preciso: il contenuto è del tutto inadatto al presente contesto sociale. Il documentario è a tutti gli effetti una fine e lucida analisi della situazione, ma è costruito con una profondità tale da abbattere ogni spiraglio di luce. Quanto reputiamo indegno scoprire che Lele Mora è un fascista? Lunghi primi piani del suo sorriso bianco in una stanza bianca. Fabrizio Corona che si liscia l’uccellone. Corpi di ragazzine. Inizio a credere che tutti coloro che non gradiscono aderire ai modelli proposti dalla televisione cerchino contemporaneamete in essa le prove della propria diversità. Quanto ci sentiamo realizzati nel condannare queste immagini di feroce stupidità? Ci sentiamo così lontani da Riccardo e dai suoi sogni di fondere in sé le due persone di Ricky Martin e Van Damme da non capire di essere a nostra volta completamente aderenti ad un altro modello, quello del benpensante indignato. Il nostro contesto sociale ha bisogno di una vera rivoluzione culturale, opposta all’involuzione riassunta nei fotogrammi di Videocracy. L’unico merito di questo documentario è stato il convincermi di non dover cedere all’autocommiserazione. Nella miseria delle sue immagini vedo solo un disequilibrio costruito in lunghi anni di lavaggio del cervello. Credo nella decostruzione, una decostruzione conscia del pericolo rappresentato dal fatto che il totalitarismo sublime di questo regime televisivo conceda l’apparente libertà di scegliere se accondiscendere o meno al regime. Capiamoci, un regime non offre possibilità del genere. Siamo tutti pietosamente accondiscendenti, e la florida persistenza del regime ne è la prova.

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